Lartigue al Museo Bagatti Valsecchi


Il Museo Bagatti Valsecchi ospita a partire dal 29 settembre e sino al 26 novembre una piccola ma preziosa mostra dedicata al lavoro di  Jacques Henri Lartigue, maestro della fotografia contemporanea. Si tratta di una selezione di trentatré scatti, tra vintage e modern print, individuati dalla curatrice Angela Madesani con l’intento di superare la visione tradizionale dell’artista cronista di un’epoca, per abbracciare una lettura proustiana a tutto tondo dell’opera di Lartigue. La vita dell’alta borghesia francese a partire dalla Belle Époque è sì al centro dell’alto dilettantismo con cui il giovane Jacques Henri approccia il mezzo fotografico, ma l’intento non è tanto la rappresentazione consapevole di un mondo, quando la sua cristallizzazione nelle forme della memoria. Di qui i tanti punti di contatto con il materiale della “Recherche”, a partire dal ritratto verosimile dell’alta società francese, colta mentre consuma i suoi riti sociali e le proprie passioni individuali. In realtà Lartigue non fa che compilare un giudizioso, rasserenato diario dell’occhio, consapevole della necessità di dover fermare la bellezza dentro a cui ha vissuto prima che svanisca.

J.H. Lartigue, “Autoportrait au déclencher”, 1923, Courtesy of The Clair Gallery.

La mostra presenta materiali originali provenienti dalla Donation Jacques Henri Lartigue e costituisce una raraoccasione di conoscenza e divulgazione della ricerca dell’artista, i cui scatti sono custoditi nelle collezioni permanenti di noti musei quali le Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi.

L’approccio compositivo di Lartigue è fortemente condizionato dalla sua esperienza pittorica. Ma questa consumata abilità nell’impaginazione, che guarda-forse inconsciamente-a Velazquez, a Van Eyck, a Caravaggio e La Tour, è sciolta nella documentazione giorno dopo giorno della propria esistenza, con l’attitudine di chi tenti di trattenere il corso del tempo, nelle forme delle persone, degli oggetti e dei luoghi tra cui ha vissuto. Questa precisione lenticolare nel racconto ha portato la critica a catalogare frettolosamente i suoi primi esiti nel filone della street photography, da cui era distante per cifra e intenzione.

J.H.Lartigue, “Bibi au restaurant d’Eden Roc”, 1920, Courtesy of The Clair Gallery.

La stessa consapevolezza delle potenzialitù del mezzo, della sua ricchezza linguistica, sembrano sfiorare solo in parte l’opera di Lartigue, per cui forse sarebbe sbagliato utilizzare il termine “ricerca”. Solo con la piena maturità il suo lavoro si confronterà coi vari  Ansel Adams, Brassaï, Bill Brandt. Nel contempo la sua sensibilità andrà avvicinando nuovi stilemi, e i suoi scatti nella campagna francese incontreranno per una sorta di coincidenza di immaginario l’interesse della fotografia professionale di moda e di design d’interni: un’altra delle avventure estetiche che Lartigue si è trovato ad attraversare mentre stava semplicemente registrando le forme e i colori dei propri giorni.

 

 

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